Sesto diventa “zona rossa”: non c’è da esultare, c’è da vergognarsi

Dopo dieci anni di amministrazione, Sesto deve interrogarsi e cambiare rotta.

Da oggi il Rondò e l’intero quartiere Rondò-Torretta diventano “zona rossa”. È un provvedimento che può essere necessario nell’immediato e va accompagnato dai dovuti controlli, ma non può essere motivo di soddisfazione per chi amministra Sesto da dieci anni.

Per anni maggioranza e sindaco Roberto Di Stefano hanno raccontato una città sicura, rivendicando Daspo, pattugliamenti, controlli, ordinanze e arresti. Oggi è doveroso chiedersi se questa strategia abbia davvero prodotto i risultati annunciati.

«Non è il momento delle celebrazioni – afferma Paolo Vino, candidato sindaco e portavoce di Valore Sesto – ma della responsabilità politica. Una zona rossa certifica che esiste un problema e che servono risposte più profonde e strutturali».

I controlli devono esserci, ma la sicurezza non può ridursi alla sola repressione. Servono anche politiche urbane, sociali e culturali capaci di contrastare degrado e insicurezza. Non bastano uno “sceriffo”, l’esercito o nuove misure emergenziali: serve una strategia di lungo periodo.

Una città che perde funzioni, servizi e luoghi di aggregazione rischia di perdere anche le condizioni che rendono un quartiere vivo e presidiato. Penso all’ex Teatro Elena e, più in generale, a una città dove cultura, commercio, associazionismo, giovani, sport, servizi e spazi pubblici tornino centrali.

«Se vogliamo una Sesto più sicura – conclude Vino – dobbiamo costruire una Sesto più viva, illuminata, partecipata e presente. La sicurezza non si proclama con gli slogan: si costruisce ogni giorno, con una presenza concreta e una visione che guardi oltre l’emergenza».